Livorno - Identità

Livorno - Identità. L’opera che è stata esposta nella mostra “Vicine Distanze” a Villa Comel a Pisa nel novembre 2024

Livorno – Identità

Ci sono immagini che non raccontano solo un luogo, ma un’intera cultura, un modo di vivere. Questa fotografia è una di quelle. Ho deciso di dedicarle un articolo prima di far seguire una piccola gallery con altre immagini che esplorano lo stesso tema. Ma questa merita di essere osservata e raccontata da sola. Non tanto per la sua estetica – che lascio giudicare agli appassionati – quanto per ciò che rappresenta per me e per il mio progetto.

Il titolo parla chiaro: Identità. E chi conosce Livorno, chi l’ha vissuta, sa che questa scena non è una semplice immagine, ma un ritratto della città. Non un luogo qualsiasi, ma uno scenario tipicamente livornese, fatto di mare e di persone che con il mare vivono in simbiosi.

Su questo scoglio dell’Ardenza, i protagonisti della scena – forse amici, forse perfetti sconosciuti – incarnano il modo di essere livornese. C’è l’assenza di formalità, il disordine colorato degli ombrelloni presi al minimarket, delle sdraio di metallo, delle borse frigo stracolme. Non c’è posa, non c’è costruzione: c’è vita. Perché Livorno è così: autentica, anarchica, democratica fino al midollo. Nessuno si prende troppo sul serio, eppure nessuno è lasciato indietro.

Livorno, una città senza barriere

L’apertura fa parte del DNA di Livorno. Lo era già nel 1591, quando il Granduca Ferdinando I emanò le Leggi Livornine, facendo della città un porto franco che accoglieva senza distinzioni greci, francesi, olandesi, armeni, inglesi, ebrei. Lo è rimasta nei secoli, con la sua comunità ebraica storica, con il Partito Comunista nato qui nel 1921, con quello spirito scanzonato che si esprime negli sfottò da stadio o negli striscioni dei tifosi del Livorno, o nei muri con i graffiti di Zeb.

E a proposito di sfottò, chi ha vissuto il calcio negli anni 2000 non può dimenticare i cori del pubblico dell’Armando Picchi quando il Livorno sfidava il Milan di Berlusconi. Non si limitavano a un semplice sfottò: erano una messa in scena satirica, un’esibizione da teatro popolare, tra bandane ironiche e striscioni da curva. Perché a Livorno si prende in giro tutto, ma sempre con uno stile unico.

E oggi, in questa immagine, c’è tutto questo: c’è la signora che fa il bagno anche d’inverno, c’è la pelle cotta dal sole, la resistenza ai raggi UV come fosse un simbolo d’onore. C’è il Vernacoliere, le lasagne in spiaggia, il pomodoro col riso divorato sotto il sole di agosto.

E poi ci sono i fantasmi di Livorno, quelli che mi accompagnano sempre: le canzoni di Piero Ciampi e Bobo Rondelli, i film di Paolo Virzì, le pennellate di Renato Natali, Lomi, Romiti, March. Tutti artisti che hanno visto e raccontato questa città con lo stesso sguardo affettuoso e irriverente.

Io sono nato a Pisa, e mi diverto a fingere di detestare Livorno. Ma la verità è che qui trovo l’espressione più pura di quello che voglio raccontare. Qui, tra questo mare e questa gente, si forma la mia memoria visiva, quella che cerco di tradurre in immagini.

E ogni volta che torno su questo scoglio, con la macchina fotografica e il cavalletto, capisco che Livorno – nel bene e nel male – è un pezzo di me.

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